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Articoli

Filmica-mente


Scrivania scrittore 2

è uno spazio che vuole intrecciare  lo sfondo culturale, le premesse teoriche e pratiche della Psicoterapia della Gestalt con le riflessioni e le provocazioni che nascono dalla visione di alcuni film.

Quando decidere di non fuggire ancora, permette di cambiare veramente


Downsizing


di Alexander Payne
 

Downsizing

 

Downsizing di Alexander Payne è un film che tenta di affrontare il tema dell’ecosostenibilità e del rispetto dell’ambiente utilizzando l’escamotage della miniaturizzazione in chiave realista come possibile risposta al problema del sovraffollamento umanitario. La possibilità di creare nuove colonie abitative in cui le singole persone accettano di sottoporsi ad un trattamento medico per diventare mini diventa l’occasione per ricominciare una nuova vita e per contribuire a salvare una nuova vita. La trama segue, quindi, le vicende di Paul Safranek, che, inizialmente supportato dalla moglie Audrey, decide di tentare l’avventura e poi si ritrova da solo a confrontarsi con le sfide del nuovo mondo e l’emergere di pregiudizi e difficoltà in realtà molto comuni al vecchio mondo da cui proviene.
Il racconto e il prodotto filmico possono essere analizzati su più livelli.
Una chiave di lettura interessante risulta l’analisi psicologica del percorso evolutivo del protagonista, interpretato da Matt Damon che incarna l’antieroe, il boy next door tipicamente americano.  Viene ritratto inizialmente mentre si prende cura della madre, una donna anziana, affetta da fibromialgia, che si propone con tono lamentoso e critico, sdraiata su di un letto in attesa delle cure del figlio. Lo sguardo del regista lo ripresenta, esattamente dieci anni dopo, nella stessa casa accanto alla moglie, anch’essa dolorante e bisognosa di attenzioni: un uomo, appesantito dalla pressione economica e alquanto sbiadito rispetto alla definizione di sé: dal racconto emerge come avesse il desiderio di diventare un medico, poi di fatto ha  interrotto gli studi e si occupa di tutela della salute e prevenzione di patologie neuromuscolari in un’azienda. Non si evidenziano particolari interessi o passioni. Anche la moglie appare in questo sfondo piuttosto piatto e uniforme. La scelta di tentare l'avventura di diventare mini  e trasfersi nel nuovo mondo sembra l’occasione opportuna per portare novità alla vita della coppia, che appare in una fase di stallo. Proprio la decisione di ritirarsi drammaticamente mostrata dalla moglie quando ormai il trattamento di rimpicciolimento di Paul è divenuto irreversibile svela drammaticamente la fragilità del legame: non c’è discussione o ricerca di una soluzione comune. Il rifiuto di Audrey di proseguire il trattamento viene comunicato telefonicamente senza possibilità di repliche e sancisce la rottura della relazione. Il ritrovarsi da solo e l’impatto con la realtà mini costituisce un evento traumatizzante per Paul: l'aspettativa di ricchezza e novità risulta di fatto rimpicciolita dal ribaltarsi della situazione e la prospettiva della condivisione di coppia si frantuma. La scena in cui gli enormi anelli di fidanzamento, appartenuti da Audrey, vengono scaricati davanti alla minuscola casa destinata ai Safranek fa risaltare il divario fra il passato e la situazione attuale; così come appare drammaticamente emblematica la firma della separazione da parte del minuscolo Paul, che  sembra, peraltro, da questo momento in poi adattarsi in modo accomodante riproponendo una modalità di interazione sempre un pochino dimessa e sottotono. Il ritmo narartivo rallenta in questa fase e forse rispecchia pienamente la perdita di prospettive del protagonista. La vera svolta sembra proporsi con l’incontro con l’attivista vietnamita Ngoc Lan Tran, interpretata dall’attrice Hong Chau: la donna, disabile a seguito di un rimpicciolimento forzato durante un periodo di reclusione per motivi ideologici e conseguente tentativo di fuga, lo provoca ad interrogarsi sul mondo parallelo che sta sorgendo accanto alla colonia. Lo scontro con una realtà che rivela povertà di mezzi, ma ricchezza di legami, sembra indurlo nuovamente ad adattarsi per aderire alle aspettative di chi gli sta accanto. Indossare i panni del domestico nel mondo dei ricchi equivale a calarsi subito dopo nei panni dei fondatori della prima colonia norvegese quando si ritrova in contatto con questa realtà: Paul mostra evidentemente il suo stile di atteggiarsi nel mondo, che lo porta ad introiettare il suo bisogno per uniformarsi ai movimenti della massa. Ma proprio l’esperienza di un contatto vero che sta avvenendo fra lui e Ngoc Lan Tran diventa l’occasione per una crescita autentica. In bilico fra il seguire i coloni norvegesi che stanno nuovamente rincorrendo un sogno di rinascita nel rifugio sotterraneo e rimanere accanto alla donna che lo interroga sul senso del loro legame, sceglie finalmente di confrontarsi con la possibilità di una relazione che gli prospetta un modo diverso di interagire con gli altri.

 

Quando intercettare la storia di un'altra persona, consente di riannodare i fili della propria trama esistenziale

La tenerezza

di Giani Amelio

Locandina - La tenerezza

 

 

La tenerezza di Gianni Amelio è un film intenso, in bilico fra sequenze intrise di profonda drammaticità e passaggi delicati, che svelano sentimenti profondi pur se appena accennati.La trama ruota intorno all’incontro fra Lorenzo, anziano avvocato e Michela, giovane donna appena trasferita a Napoli con il marito e i due bimbi piccoli. La condivisione dello spazio del cortile comune alle due abitazioni crea l’occasione per una frequentazione e conoscenza progressiva, interrotta bruscamente dalla violenza del gesto omicida e suicida di Fabio. La tragicità del momento sembra coinvolgere particolarmente Lorenzo che rimane per alcuni giorni ad accudire Michela, in coma in un reparto di rianimazione, fino al suo decesso. Questo tempo diventa un’occasione per lui per ripercorrere un viaggio interiore e riannodare alcuni frammenti della propria storia e delle proprie relazioni. Utilizzando lo sfondo dell’approccio gestaltico, possiamo rileggere alcune dinamiche e costruire un’interpretazione particolare di alcuni temi.La relazione fra le persone può essere descritta, pertanto, come un processo che si realizza all’interno di un campo inteso in senso fenomenologico, in cui ciò che accade nel «qui ed ora» esprime e dà forma ai bisogni degli individui coinvolti e alla capacità di autoregolazione della loro relazione. Il film può essere reinterpretato seguendo, per esempio, l’evoluzione della dinamica padre-figlia e soffermandoci su alcune sequenze. Nell’incipit Lorenzo appare assopito in un letto di ospedale mentre Elena tenta di approcciarsi a lui con alcune domande: il silenzio e l’immobilità del corpo di lui creano un senso di sospensione, quasi di oscurità; l’uscita di scena della donna e il riattivarsi del padre, se da un lato movimentano il ritmo narrativo, mostrano per contrasto come la dinamica relazionale fra Lorenzo ed Elena evidenzi una perdita di interesse e un’incapacità di avvicinarsi all’altro. La sequenza dell’incontro fra Lorenzo e Michela sembra tradurre, invece, quella novità al confine di contatto in grado di attivare la consapevolezza, di creare curiosità. Michela trascina con sé, oltre alla vivacità della sua persona, in questo suo sorridere e muoversi in modo spontaneo e al tempo stesso disarmante, l’energia del gioco dei suoi bimbi che sembrano coinvolgere l’anziano avvocato e stanarlo dalla penombra del suo appartamento. Questo progressivo intrecciarsi delle loro storie subisce un arresto dopo la tragica violenza che non lascia spazio alle parole e che viene coperta dalla pioggia profusa e inesorabile. Lorenzo, visibilmente colpito e addolorato, sembra aggrapparsi alla possibilità di mantenere un contatto almeno visivo con Michela, che giace immobile, incosciente nel reparto di rianimazione: continua a raccontare e lei i brandelli della sua storia, a cercarla nel ricordo e nel sogno, quasi per riannodare il fili della propria esistenza. Elena, dapprima distante dalla vicenda, ricomincia a preoccuparsi per il padre: lo cerca, ritrova le spiegazioni della loro distanza, va a trovare la donna che lui ha amato al posto della madre. La sequenza in cui Elena dà voce alla solitudine del padre per difenderne il comportamento davanti al poliziotto sembra far tornare energia al confine di contatto fra loro: la rabbia, ma anche la preoccupazione può trovare sfogo e scongelare ciò che si era cristallizzato nel tempo. Lentamente si può far spazio alla comprensione di un dolore che la morte di Michela sembra riportare a galla e il gesto finale delle mani che si toccano lascia trasparire la tenerezza ancora possibile, anche all’interno del loro rapporto.

Terapia in pillole


La relazione terapeutica è incontrare l'altro e lasciarsi trasformare dalla relazione

 

Il discorso del re

di Tom Hooper

LOcandina- Il discorso del re

 

 

 

Inghilterra, anni ’30 del secolo scorso, il duca di York, secondogenito del re Giorgio V d’Inghilterra, è costretto ad affrontare il suo problema di balbuzie e ad accettare l’abdicazione del fratello, legittimo erede al trono, assumendo la responsabilità di un ruolo così significativo. Sullo sfondo, un’Europa che vede l’avanzata di Hitler e del nazismo e teme l’entrata in guerra.Per “guarire”, per risolvere il sintomo, il futuro re decide di farsi aiutare da un logopedista e l’intero film è costruito intorno al rapporto tra questi due uomini e alla relazione di cura che lo caratterizza. Si tratta di una relazione intensa, non sempre pacifica, fatta di fiducia da conquistare e rischi da correre, qualcosa in cui possiamo rintracciare alcune caratteristiche della relazione terapeutica in PdG.L’inizio di ogni percorso di cura conosce un tempo che precede l’incontro, un prima, il momento in cui chi sta male è costretto a confrontarsi con un disagio di cui si avvertono i segnali. A questo punto, nel tentativo di stare meglio, il paziente tenta diverse strade, prova rimedi di vario tipo con esiti più o meno soddisfacenti finché non approda, a volte come ultima decisione, alla psicoterapia. La scelta spesso è guidata e sostenuta da una persona vicina: nel film questa funzione è interpretata dalla moglie che si assume il compito di cercare il nominativo del terapeuta e di accoglierne le condizioni. Nell’esperienza reale si tratta di un contatto iniziale che avviene spesso per telefono, dopo che si è raccolta qualche sommaria informazione sul terapeuta, sulla sua formazione, su ciò che di lui pensano amici e conoscenti. Ma il momento cruciale si realizza quando avviene l’incontro vero e proprio, con un luogo, un volto, una voce. Si tratta di un momento delicato, spesso carico di preoccupazioni e domande da parte del paziente e di curiosità e fiducia per quanto riguarda il terapeuta. Durante i primi passaggi entrambi i soggetti si avvicinano e stabiliscono una prima interazione all’interno della quale è possibile già far emergere alcune condizioni iniziali: si adotterà il lei o il tu, ci si chiamerà per nome, si concorderà insieme la frequenza delle sedute. Nel film la decisione audace del logopedista Lionel di poter chiamare Bertie il proprio interlocutore esprime la sua intenzione di definire la relazione: né principe, né re, ma un uomo che sta cercando chi è e chi vuole diventare. Questo sembra risaltare come il filone che anima la storia del film, ma al tempo stesso questo rappresenta la finalità più significativa di ogni agire terapeutico. Se è vero che molti percorsi originano dall’affacciarsi di un sintomo che chiede di essere spiegato, il lavoro più impegnativo e pregnante emerge quando è possibile dar voce alle domande rimaste sopite nella storia di ognuno. Può un uomo che non ha diritto per nascita di diventare re succedere ad un altro che ne avrebbe i requisiti e che è ancora in vita? Questo è il dubbio profondo che si pone Bertie, mentre si trova a dover sostituire il fratello che vuole rinunciare alla carica. La domanda cela le insicurezze di un uomo, le sue ansie rispetto alla possibilità di poter assumere il governo di una nazione in un frangente così delicato. Paradossalmente è il logoterapeuta senza titoli accademici che può legittimare chi titolo non ha: tutto ciò sembra dare risalto non certo alla possibilità di operare senza professionalità o studi accreditati; l’accento si pone, invece, sull’ autorevolezza che nasce e si ricrea all’interno di una relazione talmente intima e profonda da innescare un profondo cambiamento. Questa diventa, allora, la metafora dell’esperienza trasformativa che avviene durante il percorso terapeutico: la persona cambia il proprio modo di guardare se stesso e il terapeuta, a questo punto, può diventare “più familiare” dei familiari stessi: nel film, ad esempio, Lionel otterrà il permesso di accedere durante l’incoronazione al palco principale destinato appunto ai parenti più stretti.Il film consente anche di rappresentare l’evoluzione nel tempo dell’intero percorso terapeutico, che conosce a volte fasi in cui la relazione si interrompe e momenti in cui si torna a chiedere nuovamente sostegno al terapeuta; episodi in cui si può esprimere la propria rabbia e la propria insoddisfazione e altri in cui si sente il bisogno di dire grazie per il cammino percorso insieme.Ma il momento culminante del film, che coincide con il discorso radiofonico pronunciato dal neo eletto re, costituisce una toccante rappresentazione del processo terapeutico. “Dimenticate il resto e ditelo solo a me!”. Queste sono le parole di Lionel per incitare Bertie a pronunciare le sue parole senza preoccuparsi della moltitudine di gente in ascolto: al tempo stesso esse corrispondono all’invito che ogni terapeuta può rivolgere al proprio paziente perché possa esprimere nel “qui ed ora” della seduta ciò che da sempre ha conservato nel silenzio della propria storia e qui sta la possibilità di una riedizione delle proprie trame narrative.

L'idea della cura come possibilità di esprimere il non detto che crea disagio

 

Il nome del figlio

 

di Francesca Archibugi

Locandina- Il nome del figlio

Francesca Archibugi propone con questo film un riadattamento originale di una pièce teatrale francese, offrendo uno scorcio suggestivo e tipicamente italiano, di una generazione di adulti, in bilico fra i legami del passato e le transizioni verso il futuro.Fratello e sorella, Paolo e Betta Pontecorvo, famiglia ricca e di sinistra, conservano tra i loro ricordi d’infanzia una magnifica villa sul mare in Toscana, un padre potente, intellettuale comunista, che soffrì della propria condizione di ebreo, ora scomparso da anni, una madre, tutt’ora vivente, donna, affascinante, raffinata e gaudente: intorno a loro ruotano Sandro, marito di Betta, e Claudio musicista enigmatico, da sempre loro amici, legati da un forte affiatamento quasi fraterno per il fatto di aver condiviso tante esperienze insieme in questa residenza estiva, tutt’ora avvolta di fascino e nostalgia. Si aggiunge al quartetto Simona, moglie di Paolo, che lui sembra esibire per l’aspetto avvenente: si tratta, in realtà, di una donna non superficiale, che, provenendo da un ceto sociale inferiore a quello dei Pontecorvo non ha smesso di lottare, ma anzi ha scritto un romanzo attraverso il quale è diventata quasi un tormentone televisivo. Ora è incinta e l’occasione della scelta del nome del figlio in arrivo costituisce l’espediente narrativo per far attivare la discussione durante una cena a casa di Betta e Sandro. Le prime immagini sono, infatti, accompagnate in sottofondo dalla intervista a Simona, dal suo colloquiare spontaneo, immediato, infarcito di parole dialettali, mentre gli altri personaggi appaiono sulla scena nei loro primi movimenti, stentati, rigidi e a tratti interrotti: Betta, intenta a preparare la cena, unisce i gesti del cucinare e dell’accogliere gli invitati con oscillazioni del corpo e saltelli nell’intento di sfruttare quelle operazioni per mantenersi in forma; Sandro distoglie lo sguardo e si china a twittare o fotografare; Paolo, entra zoppicando per giustificare ai passanti il parcheggio dell’auto in area per handicap ed esibisce con teatralità la bottiglia di vino costoso. L’esperienza corporea, il sé dentro la pelle, secondo la psicoterapia della Gestalt, lascia emergere il senso di integrazione con le esperienze precedenti e la possibilità di affidarsi all’ambiente per incontrare l’altro; quando la fluidità si interrompe per paura, incertezza rispetto al proprio modo di percepire chi sta accanto, anche il corpo si arresta e cerca altre modalità. Confesserà Claudio alla moglie: “Quando tu non mi capisci io penso e twitto in continuazione”. Proprio queste interruzioni nei movimenti sembrano descrivere uno sfondo particolare, da cui pian piano si stagliano i vari personaggi, mentre lo scherzo inziale di Paolo, con il quale accentra su di se l’andamento della serata, sembra provocare e perturbare questo mondo: la supposta scelta per il bambino in arrivo di “Benito”, come nome con connotazioni politiche e simboliche altamente provocatorie, lascia, infatti, emergere le reciproche precomprensioni: Betta si presenta come la sorella al servizio perenne e vigile del benessere di tutti i membri del clan; Sandro, suo marito, riuscito con una spinta, da parte del potente suocero, a diventare docente universitario, è attualmente dipendente dai social -networks e fedelissimo membro del sopracitato clan di cui ha introiettato lo spirito originario; vive con lei e i loro due bambini, svegli, attenti e sinceri in una ex casa popolare romana trasformata da migliaia di libri in casa snob radical-chic dove si percepisce un atmosfera borghese; Paolo che, per reazione ad un codice famigliare che non voleva condividere, ha inseguito senza nascondersi la ricchezza e si è ribellato al ruolo che gli era cucito addosso e Claudio, che raccoglie le confidenze di tutti, senza rivelare aspetti significativi della sua vita privata al punto che tutti lo credono gay. Questo nome inaccettabile diventa lo spunto per farci conoscere tutti i protagonisti, per far rivelare a ognuno di loro pensieri mai comunicati e per dar vita al valzer dei non detti o dei non visti, di ciò che è indicibile, o per dirla con le parole di Merleau - Ponty “attraverso il suo l’invisibile che diventa visibile”. I personaggi in gioco sembrano dar voce e corpo al dilemma Schopenhaueriano dei porcospini che tanto più si avvicinano tra loro, tanto più probabilmente si feriranno, nello sforzo complessivo di raggiungere la giusta distanza. Forse Simona, unica figura estranea al clan, può provocarli con la sua immediatezza e restituire l’idea della cura come dicibilità: l’espressione e la narrazione diventano esperienze in grado di restituire vitalità e spontaneità quando le relazioni forniscono un buon sostegno, partendo dal presupposto che il disagio risieda spesso nel non detto generato dall’isolamento e da ciò che resta chiuso nel cuore. Non a caso sono le sue stesse parole ad accompagnare le ultime scene con l’immagine del neonato che si rivela essere femmina e riunisce di nuovo intorno a sé tutti gli amici, ora forse più vicini dopo l’esperienza di aver recuperato insieme una nuova autenticità.